Il giorno in cui la fede applaudì l’odio
Un funerale, un paese allo specchio. E noi, in mezzo.
L’odore d’incenso si mescola alla vernice delle transenne. Luci verticali spaccano l’auditorium; mani intrecciate, rosari che ticchettano, telefoni in alto. Un funerale dovrebbe cucire. Qui la cucitura si strappa in diretta: il perdono sussurrato da una vedova, poi il boato che promuove l’avversione a virtù civica. La platea si alza. Applaude.
Non è soltanto cronaca. È il manuale d’istruzioni di una religione trasformata in identità politica: gesti sacri convertiti in consenso, riti nati per guarire usati per radunare, l’idea di “amare il nemico” rovesciata in pedagogia dell’ostilità. La misura non sono i like, ma le vite esposte — minoranze, “diversi”, dissenzienti, chi non si allinea. La domanda, da subito, è brutale: che cosa celebriamo quando celebriamo?
Gesù di Nazareth, Vangelo di Luca 23:34
Il gesto che interrompe
Sale sul palco. Le mani tremano, la voce no. Dice una parola fuori moda: perdono. Non è pietà, non è rimozione: è interruzione — togliere carburante all’incendio prima che diventi infrastruttura culturale. Per un istante la sala capisce. Il silenzio tiene. Poi cambiano i volti, le parole, la postura: il rito perde la bussola, l’intimità del lutto si piega all’alfabeto della mobilitazione.
Il perdono non è ingenuo né “buonista”: è un’opzione politica della coscienza. Evita che il dolore privato diventi benzina per un conflitto permanente. Il fatto che subito dopo il discorso la sala esploda in applausi rivolti non alla riconciliazione ma alla certificazione del nemico dice più di qualsiasi trattato: il rito è stato catturato.
Sebastian Castellio, De haereticis (1554)
Il bacio dell’applauso
L’applauso è un bacio che lascia il segno. Non spiega: autorizza. Dice: “continua così, sei nel giusto”. Quando l’applauso premia il disprezzo, il disprezzo prende il microfono, indossa l’abito buono e pretende platee più grandi. Da quel momento non ha più bisogno di giustificarsi: si giustifica da sé. I credenti dovrebbero tremare — non per paura del mondo, ma per amore della propria fede. I non credenti allo stesso modo — non per timore del soprannaturale, ma perché nessuna democrazia plurale sopravvive quando si prende gusto a disumanizzare.
Martin Luther King Jr., Strength to Love (1963)
L’algoritmo dell’indignazione
Siamo addestrati da macchine che premiano la collera: la rabbia genera tempo di permanenza, il tempo genera ricavi. Gli algoritmi della polarizzazione amplificano le frasi definitive e puniscono la prudenza. Così, la misericordia diventa un sussurro; la furia, un megafono. E la fede — come la politica — si fa carburante per la guerra culturale, con l’algoritmo a fare da regista invisibile.
Il problema non è “internet cattiva”, ma il modo in cui noi veniamo educati a cercare identità nell’avversione. Ogni post indignato che colpisce “l’altro” è un piccolo investimento nel capitale dell’odio. Le democrazie non crollano perché uno ha torto e l’altro ragione; crollano quando entrambi si assuefanno al suono della propria rabbia, scambiandola per verità morale.
Audre Lorde, The Transformation of Silence (1977)
La linea del fuoco
Quando il sacro viene usato per arruolare, cerca sempre un nemico utile. E i bersagli si ripetono: persone LGBTQ+, migranti, donne autonome, credenti di altre fedi (o nessuna), minoranze etniche e linguistiche, rom, ebrei, musulmani, persone con disabilità, giornalisti scomodi, chi dissente in aula o in piazza. Non perché “vanno di moda”, ma perché sono lo stress test dell’umano: chi amo; da dove vengo; come credo; quali parole scelgo; che domande faccio.
La grammatica è costante: identifica, isola, semplifica, disumanizza. Prepara la platea con narrazioni di pericolo; poi autorizza l’ostilità. L’esito, se non contrastato, è un’amministrazione del disprezzo a rate, che si normalizza fino a diventare infrastruttura culturale.
- Termometro morale. Se una comunità ha bisogno di umiliare per sentirsi “pura”, non difende un principio: compra appartenenza a rate.
- Tenuta democratica. I diritti non sono premi: sono paratie. Allaghi la stiva di una minoranza e l’acqua arriva in cabina. Oggi “loro”, domani “tu”.
- Volti, non categorie. Un ragazzo che non dorme per una predica. Una madre che pesa ogni parola. Un’insegnante che cambia pronomi per sopravvivere. Un cronista isolato per un’inchiesta. È anagrafe, non teoria.
Jimmy Kimmel
Il comico è stato sospeso da ABC/Disney per un monologo ritenuto controverso; al rientro ha difeso la libertà d’espressione sostenendo di essere stato frainteso.
Reuters (09.10.2025)
I professori senza cattedra
Dopo l’assassinio di Charlie Kirk, almeno quaranta accademici americani sono stati licenziati o sanzionati per commenti percepiti come “inappropriati”.
The Guardian (10.10.2025)
Accesso stampa e controllo del linguaggio
L’Associated Press ha denunciato la Casa Bianca per averle negato l’accesso finché non adottava la denominazione “Golfo dell’America”.
Wikipedia – Associated Press v. Budowich
Restrizioni al Pentagono per i giornalisti
Nuove regole imposte dal Pentagono richiedono ai cronisti un’autorizzazione preventiva per domande e pubblicazioni, sollevando accuse di censura.
TIME (ott. 2025)
Le chat del potere (“Signalgate”)
Un gruppo Signal di alti funzionari ha accidentalmente incluso un giornalista esterno, rivelando piani di sicurezza nazionale.
Wikipedia – Group Chat Leaks
James Comey
L’ex direttore dell’FBI è stato incriminato per false dichiarazioni e ostruzione alla giustizia, un fatto senza precedenti nella storia americana.
Sky TG24 (26.09.2025)
Kash Patel e l’FBI
Il nuovo capo dell’FBI, Kash Patel, ha licenziato due agenti legati alle indagini su Trump e un allievo agente per aver esposto una bandiera Pride.
Bluewin (09.10.2025) ·
Gay.it (04.10.2025)
“Take It Down Act”
Una nuova legge statunitense obbliga le piattaforme a rimuovere entro 48 ore contenuti intimi non consensuali (inclusi deepfake).
Wikipedia – Take It Down Act
Social, moderazione e l’eco dell’odio
Dopo l’omicidio di Charlie Kirk, diverse piattaforme hanno ristretto la libertà di commento e reintrodotto filtri, riaccendendo il dibattito su censura e libertà d’espressione.
Al Jazeera (18.09.2025)
E ancora.
Florida — Docente indagata per un film Disney con personaggio gay. Proiezione di Strange World in una quinta elementare; indagine del Dipartimento dell’Istruzione. Fonti: TIME, Spectrum News.
Missouri — Biblioteche sotto pressione. Rimozione di centinaia di titoli e minacce di sanzioni penali ai bibliotecari. Fonti: AP, PEN America, Missouri Independent.
Massachusetts — Studentessa segnalata per l’hijab. Una scuola charter classifica il velo come “non conforme”; poi si scusa. Fonte: CBS News.
Texas — Reporter licenziato dopo un’inchiesta su fondi religiosi. Sospensione e rottura del rapporto per presunti “toni anti-patriottici”. Fonti: Texas Tribune, Columbia Journalism Review.
Kentucky — Donna trans aggredita fuori da un seggio. Insulti e percosse mentre si offriva come volontaria. Fonte: NBC News.
Kansas — Perquisizione nella redazione del Marion County Record. Sequestri di computer e telefoni, indignazione internazionale. Fonti: CNN, Reuters, The Guardian.
Pressioni sulla Federal Reserve
La fede come bandiera e il potere come pulpito. La “libertà religiosa” viene spesso impiegata come passepartout politico, mentre si mettono le mani — direttamente o indirettamente — su istituzioni che dovrebbero restare indipendenti. Nel 2025, secondo Reuters, la Casa Bianca avrebbe esercitato pressioni sul presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, per ottenere tagli dei tassi, con allusioni alla sua rimozione.
Che cosa significa? Che si tenta di trasformare una bussola tecnica in un volano identitario. Non è solo economia: è simbolismo del comando. Quando il potere pretende devozione anziché trasparenza, non protegge la religione: la usa come scudo per l’autorità.
- Reuters (24 lug 2025): pressioni dirette su Powell per tagliare i tassi.
- Brookings: i rischi per l’indipendenza della banca centrale.
- Federal Reserve — Conferenza FOMC, 17 set 2025 (PDF).
Libertà di stampa e poteri investigativi
Se il racconto dominante è una chiamata alle armi culturali, il primo prezzo lo paga chi indaga. Il caso della reporter Catherine Herridge — finita in civil contempt dopo il rifiuto di rivelare le fonti — è registrato dall’U.S. Press Freedom Tracker. Allo stesso tempo, PBS NewsHour ha ricostruito casi in cui agenti dell’FBI si sarebbero spacciati per giornalisti durante operazioni, attirando l’indignazione delle testate.
Così, mentre il pulpito politico invoca libertà in nome della fede, la libertà che custodisce la verità — quella di informare — viene compressa. La democrazia, senza stampa libera, non è una democrazia ferita: è una democrazia esposta.
- U.S. Press Freedom Tracker — Schede su Catherine Herridge e altri casi recenti.
- PBS NewsHour — L’FBI e l’accusa di impersonificazione di giornalisti.
L’odio a geometria variabile
L’odio non resta mai confinato. Inizia con una minoranza e finisce per contagiare chiunque non si conformi. Oggi la battuta contro il diverso, domani l’insinuazione contro il migrante, dopodomani il sospetto sul credente “sbagliato” o sul giornalista “disonesto”. Il meccanismo è sempre identico: si cerca un nemico utile, si normalizza l’umiliazione con l’applauso, si sposta di un passo la soglia di ciò che è dicibile — e quindi di ciò che è facibile.
Le democrazie muoiono raramente per golpe. Muoino per assuefazione morale: una soglia spostata oggi, una domani, finché l’eccezione diventa norma. Il compito minimo è fermare la giostra dove ci troviamo: rifiutare la risata facile, nominare la violenza simbolica, proteggere chi è più esposto anche quando non siamo d’accordo con lui. Perché oggi è “loro”. Domani è chiunque non si allinei.
Un dovere morale comune
A chi non crede. La vostra inquietudine non è ostilità alla fede: è un sensore etico. Non state giudicando il cristianesimo, ma la sua caricatura militare. Non isolatevi: la democrazia ha bisogno del vostro rifiuto pubblico dell’odio. È cittadinanza, non teologia.
A chi crede. La fedeltà non si misura in slogan o in applausi, ma nella capacità di smentire chi usa il sacro per umiliare. Non servono trattati: bastano le Beatitudini. Se il culto ha bisogno del disprezzo per respirare, non è culto: è propaganda.
Gesù di Nazareth, Vangelo di Matteo 5:5
A tutti. Nessuna tribuna neutrale. Le scelte minime, ripetute, inceppano l’ingranaggio: un linguaggio che non marchia, riti che ricompongono, cittadinanza vigile, protezione dei più esposti. La pace non è assenza di conflitto: è presenza di coscienza.
Memoria contro la propaganda
C’è una memoria che salva: non togliere il volto. La scorciatoia dell’odio passa sempre da lì: ridurre l’altro a etichetta, l’etichetta a minaccia, e il resto è automatismo. Oggi non accendiamo pire; accendiamo timeline. Cambiano gli strumenti, non la logica. L’appartenenza è bella finché scalda. Diventa terribile quando brucia: brucia chi non canta il coro, chi dice “aspetta”, chi sussurra “così no”.
Il rischio è che la spiritualità dimentichi la radice, si faccia tecnologia del potere e marchio di militanza. Per questo le parole contano, i gesti contano, i silenzi contano. La memoria non è nostalgia: è un freno d’emergenza per la civiltà. La manutenzione dell’umano si fa nelle scelte minime, ripetute, non negli show dell’indignazione.
- La lingua che non disumanizza. Parole che aprono porte, non marchiano bersagli. No a etichette che trasformano persone in obiettivi.
- I riti che curano. Se da un rito esci con più nemici, qualcosa si è rotto. Funerali, veglie, commemorazioni tornino a ricomporre.
- La cittadinanza vigile. Discussione forte, zero licenza d’odio. Online: segnala e silenzia, documenta solo se serve. Offline: contesta parole che tolgono volto.
- La protezione dei più esposti. I diritti sono argini: se cede il primo, la piena arriva ovunque. Sostieni sportelli anti-odio, scuole, associazioni, media che verificano.
- I gesti riparativi. Correggere l’insulto nel proprio giro. Dare parola a chi non l’ha. Accompagnare chi subisce un attacco. Chiedere rettifiche.
Che cosa celebriamo, davvero
Un funerale dice chi siamo. Questo ci ha chiesto di scegliere: applausi al disprezzo o lavoro silenzioso della dignità. La dignità non fa rumore, non regala viralità. Ma costruisce l’unico spazio dove libertà e fede possono convivere senza sbranarsi: quello in cui il mio convincimento non pretende la tua umiliazione per sentirsi vero.
La domanda resta inflessibile: che cosa celebriamo quando celebriamo? Se celebriamo l’ostilità in nome della verità, addestriamo il futuro a perdere umanità. Se celebriamo il coraggio di non odiare, costruiamo una casa comune dove i conflitti si negoziano, non si sacralizzano.
Alessio Galfo, editoriale conclusivo (2025)




